DPEF 2006 della Regione Toscana. Un documento deludente
Sgherri: "manca un'analisi profonda della crisi toscana e una prospettiva vera per il futuro. Si continua con le strade, dimostratesi fallimentari, della concertazione e dello sviluppismo fine a sé stesso"
2005-06-07
Non convince il Dpef presentato dal governo regionale
Manca un’analisi rigorosa della crisi toscana, delle sue ragioni; manca, di conseguenza, una analisi sugli effetti delle politiche regionali portate avanti e riconfermate tout court, a partire del toccasana della concertazione come metodo per far fronte alla competitività globale; manca, infine, un progetto per il futuro che dia speranza concreta di un uscita dalla crisi e che leghi strettamente sviluppo delle diversità territoriali e sviluppo sociale.
Il dato da cui partire è che la Toscana non è l’isola felice che ci è stata costantemente presentata: la regione, nel 2002 e 2003, ha segnato, addirittura, una crisi peggiore di quella del paese.
E’ del tutto fuorviante dichiarare che la vendita all’estero dei prodotti toscani è maggiormente esposta alla concorrenza dei paesi emergenti. Questa affermazione porta solo a rincorrere il treno della competitività e dunque dell’abbassamento del costo del lavoro. Una corsa e una rincorsa assolutamente perdente rispetto ai paesi emergenti dell’oriente.
I termini della crisi sono strutturali e riguardano i settori maturi, la produzione di merce obsolete si sarebbe detto una volta, che non possono più concorrere su un mercato globalizzato rispetto ai quali può essere attivata una politica di sostegno diciamo di carattere resistenziale la quale però non porta a prospettive future di uscita dalla crisi e nel contempo continua a produrre abbassamento del costo di lavoro, precarietà dell’occupazione, disoccupazione.
Sostenere che ci vuole più ricerca, più innovazione, più investimenti è scontato, sarebbe grave sostenere il contrario! Ma non si dice per chi, per che cosa e come. Da qui l’inutilità di tale affermazione se poi non si declinano le aree e i settori strategici sui quali concentrare gli investimenti.
Il dato più preoccupante è la riduzione dei consumi anche nella nostra regione, indice di un impoverimento che si va sempre più allargando. Le retribuzioni dei toscani non fanno eccezione: come quelle medie nazionali non stanno tenendo il passo dell’inflazione.
E una delle cause strutturali di questo impoverimento è la precarietà del lavoro alla quale va addebitata una parte rilevante dell’abbassamento dei consumi.
La Banca d’Italia, in una sua ricerca, ha rilevato che i giovani fra i 16 e i 30 anni hanno oggi una retribuzione pari al 70% di quella degli adulti fra i 45 e i 65 anni; dieci anni fa era pari all’80%.
In questo contesto non condividiamo il richiamo al mancato federalismo fiscale, rispetto al quale siamo e restiamo contrari.
Contrari, tanto per essere chiari, sia alla modifica costituzionale del centro destra sia a quella del centro sinistra, e anche al ricorso probabile a nuove tassi regionali e comunali perché rischiano di scatenare una guerra tra "poveri" nonostante si possa introdurre qualche meccanismo di salvaguardia verso i meno fortunati.
Una scelta, va aggiunto, che andrebbero nella direzione dell’implementazione della fascia di impoverimento.
A noi pare che la priorità da assumere come Regione Toscana, da portare come contributo nel programma del futuro governo nazionale di centro sinistra, sia quella della tassazione della rendita finanziaria e della ripresa della lotta all’evasione e all’elusione fiscale. Il fatto che ogni anno vengano sottratte risorse alle pubbliche amministrazioni, attraverso elusioni ed evasioni, per una cifra pari a 90 miliardi di euro può lasciare indifferente di centro destra ma non certo un governo che vuol rappresentare tutti, fuorché gli evasori e gli elusori fiscali.
Non vogliamo comunque sottrarci al difficile tema del reperimento delle risorse ma vogliamo affrontarlo legandolo dunque a un contesto nazionale e a livello locale a criteri di progressività e fasce di esclusione e a obiettivi di garanzia dei servizi generali e a implementazione dei servizi stessi, vedi fondo per la non autosufficienza.
Ci pare emerga nel documento del Dpef un bivio, una sorta di doppio binario quello dello sviluppo, rispetto al quale si concentrano vecchie politiche di grande infrastrutturazione sui territori sulla logica di uno sviluppo "industrialista", astrattamente in grado di competere con la globalizzazione. E un secondo binario, di nicchia, della sostenibilità ambientale e territoriale.
Nel primo binario le grandi infrastrutturazioni territoriali come se la perdita di competitività fosse dunque legata a inadeguati sistemi di porti, aeoroporti, grandi comunicazioni.
Nel secondo binario stanno invece le politiche compatibili ambientalmente e la tutela dei territori dalla istituzione dei parchi e la loro implementazione, certo sacrosanta, a una agricoltura di nicchia vista principalmente come "buone pratiche" , tutela del paesaggio., promozione e valorizzazione turistica.
Parafrasando Jorge Louis Borges sembra che la Giunta regionale si trovi davanti ad un bivio e abbia deciso di …imboccarlo.
E infatti, per effetto di questi due marce, assistiamo alla convivenza formale di un modello di agricoltura industriale, questa si globalizzata che di fatto assorbe la stragrande maggioranza dei finanziamenti pubblici a partire da quelli europei, e una "buona agricoltura" locale, della biodiversità, biologica ma che nei fatti viene assunta come fiore all’occhiello per una buona vendita dell’immagine turistica toscana ma sostanzialmente residuale, e comunque di nicchia, rispetto alla produzione agricola e ai consumi nella nostra regione, e troppo spesso relegata a piccoli coltivatori semmai in pensione.
Altro esempio significativo delle due marce, riguarda la politica di produzione e smaltimento dei rifiuti dove il grosso degli investimenti, ricordiamo il Patto strategico che destina 1000 miliardi alla realizzazione degli impianti di incenerimento mentre, nel Dpef vi è solo un richiamo formale, diciamo di buona volontà, per l’aumento della raccolta differenziata.
In queste due Toscane, una di fatto industrialista l’altra legata ai sistemi locali, la prima assorbe il grosso degli investimenti pubblici e per continuare a sopravvivere continua a ristrutturarsi macinando licenziamenti e precarietà.
In questa ottica vanno ad esempio ripensate anche le politiche sui servizi pubblici, visto che occupano circa il 40% della popolazione attiva. Un settore strategico che ha principalmente centrato il contenimento della spesa sull’abbassamento del costo del lavoro.
L’uscita dalla crisi toscana, con l’adozione di scelte prioritarie che agiscano sui modelli di sviluppo territoriali, non in nome del Pil ma di più benessere sociale, devono comunque orientarsi su una grande priorità: far ripartire i consumi interni.
Questa priorità si declina combattendo la precarietà su due principali direttrici: promuovere, incentivare, sostenere progetti economico sociali nei quali ci siano imprese esistenti e nuove in grado di dare lavoro stabile e, insieme, introdurre il salario sociale come risposta ai periodi di mancanza di lavoro, ai lavori strutturalmente precari o stagionali.
D’altronde è solo in questa cornice che il richiamo alla formazione permanente trova una soluzione che non scarica i costi sui lavoratori stessi.
Noi non siamo come il centro destra che vede solo la crisi della Toscana, perché guidata da sempre da un governo di centro sinistra, e ignora la crisi che attraversa il paese nel suo insieme. Una crisi profonda che le scelte del governo Berlusconi hanno reso ancor più drammatica.
Ma siamo diversi anche dal centro sinistra proprio per una diversa analisi della fase del mondo.
Noi pensiamo che il mondo stia attraversando una profondissima crisi, che il sistema si regga solo grazie a squilibri sempre più difficilmente gestibili. Il mondo oggi cresce perché un paese può permettersi il lusso di consumare quanto producono Brasile e Argentina messe assieme e pagare coi soldi che gli prestano cittadini e governi di paesi cosiddetti emergenti. Quel paese può farlo perchè non deve rendere conto ad alcuno. E siccome , ogni tanto, c’è qualcuno che alza la testa non trova di meglio che far vedere al mondo intero di cos’è capace. Sto parlando degli Stati Uniti.
Dalla Toscana non possiamo fare molto: noi restiamo convinti che con qualche concretissima scelta si può arrivare a far pensare alla maggioranza dei cittadini toscani che un altro mondo è possibile.
Siamo qui per questo.

